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Il MACRO di Testaccio ospita la mostra di Gehard Demetz

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Gehard Demetz Roma Testaccio
Gehard Demetz, Introjection

Fino al 10 settembre 2017 il MACRO di Testaccio ospita la mostra Introjection di Gehard Demetz, a cura di Marco Tonelli, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e realizzata in collaborazione con la Galleria Rubin di Milano.

Gehard Demetz, altoatesino classe 1972, utilizza come materiale esclusivo della sua scultura il legno, a cui ha saputo dare nel corso degli anni una devianza contemporanea, uno scarto dalla regola e dalla funzionalità artigianale.

Gehard Demetz: iconografie sacre e immagini profane e dissacranti

Dando l’impressione, oltre che di scolpire, anche di comporre le opere attraverso assemblaggi di blocchetti di legno, Demetz introduce nelle sue sculture effetti di sfasamenti cromatici, distorsioni, allungamenti, anamorfosi, accorciamenti dimensionali, favoriti dall’uso di iconografie religiose, infantili, architettoniche, archetipiche, che conservano senso della memoria e della storia per dargli una nuova veste in chiave profondamente psicologica.

La sua mostra Introjection si ispira quasi esclusivamente a tematiche legate a iconografie sacre sia a livello liturgico (tabernacoli) che architettonico (chiese) o devozionale (Maria Vergine e Sacro cuore), a cui fanno da contrappunto immagini profane e dissacratorie (Hitler e Mao) e laiche (fienili della Val Gardena), in cui a predominare è la dissonanza, la dissolvenza, la metamorfosi tra condizione infantile e adulta, tra predestinazione e maledizione.

Gehard Demetz Roma Testaccio
Gehard Demetz, Introjection

Il progetto espositivo che si presenta al MACRO offre molteplici spunti per indagare le possibilità di una tecnica atavica, parte integrante della formazione “tedesca” e comunque nordica di Gehard Demetz,  che si mette in ascolto di pressioni e drammi contemporanei.

Una tecnica che esalta l’aspetto squisitamente materico della scultura, levigato e reso più morbido dal modo stesso di trattare le superfici di legno, spesso dipinte a creare stacchi inattesi tra materia e immagine, facendo della scultura una immagine oltre che un oggetto. Un progetto quindi di ricerca in bilico tra memoria, devozione, simbologia e tradizione, unitamente a una immediatezza e istantaneità comunicativa che è tipica della contemporaneità dei nostri linguaggi più avanzati.

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