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La collezione Agrati alle Gallerie d’Italia di Milano

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Andy Warhol, Triple Elvis, 1963. Collezione Agresti

Le Gallerie d’Italia – Piazza Scala a Milano ospitano, dal 16 maggio al 19 agosto, la mostra  Arte come rivelazione. Opere dalla collezione Luigi e Peppino Agrati

Una delle più importanti raccolte di arte contemporanea, la collezione Luigi e Peppino Agrati che, a seguito della decisione del Cav. Luigi Agrati di donare alla Banca l’intero complesso di opere, entra a far parte di della collezione  di Intesa Sanpaolo.

Arte come rivelazione. Opere dalla collezione Luigi e Peppino Agrati

La raccolta creata dagli industriali Luigi e Peppino Agrati costituisce un momento particolarmente signicativo all’interno della storia del collezionismo italiano della seconda metà del Novecento. La collezione nasce alla fine degli anni Sessanta dalla passione per l’arte di Peppino Agrati, che insieme a Luigi concepisce il collezionare come una personale visione, slegata dalle mode e dalle tendenze di mercato.

Nutrita dagli intensi rapporti instaurati con gli artisti e dalla frequentazione dei più importanti spazi espositivi e di dibattito del panorama artistico internazionale, la raccolta accoglie spesso con grande precocità ricerche che saranno riconosciute solo in seguito quali momenti fondamentali dell’arte del secondo Novecento; propone inoltre un interessante e originale dialogo tra gli sviluppi più avanzati dell’arte italiana ed europea dagli anni Cinquanta agli Ottanta e i contemporanei sviluppi internazionali, con una particolare attenzione per le correnti americane dei due decenni Sessanta-Settanta.

Artisti italiani e americani a dialogo

La mostra Arte come rivelazione permette per la prima volta di rivelare al pubblico una selezione rappresentativa di lavori, che rispecchia le diverse polarità della raccolta, la peculiare compresenza tra cultura italiana e americana e la continuità di interesse verso alcuni autori.

Uno dei rapporti privilegiati è quello con Fausto Melotti, che insieme a Lucio Fontana è riconosciuto dagli Agrati quale maestro radicale dell’arte italiana del Novecento. Sebbene con un numero minore di opere, Fontana è rappresentato nella collezione da lavori di grande rilievo, tra cui il raro Concetto spaziale del 1957. La scelta rivela la sensibilità degli Agrati nel comprendere non solo i lavori più riconosciuti, ma anche quelli più  evocativi.

Alla fine degli anni Cinquanta Fontana è riconosciuto come maestro dai giovani artisti che stanno superando la soggettività e l’esuberanza materica dell’informale e si stanno indirizzando verso il monocromo e una costruzione oggettiva e impersonale dell’opera. Si pensi solo al rapporto con Piero Manzoni ed Enrico Castellani, che nel 1959 lo omaggiano nel primo numero della rivista “Azimut”. Manzoni e Castellani sono presenti in mostra con due opere della loro produzione matura: un Achrome“peloso” del 1961 e un grande dittico del 1967. I due lavori sono messi in dialogo con uno dei capolavori dell’artista americano Robert Ryman acquistati da Peppino Agrati: Winsor 20 del 1966, dove la trama viva del bianco diventa luogo di “rivelazione”, secondo un termine usato dallo stesso artista.

Nella raccolta convivono inoltre opere dove l’immagine riveste un ruolo centrale, come nell’iconicità per eccellenza di Triple Elvis di Andy Warhol o nella primitività totemica della pittura di Jean-Michel Basquiat che proprio Warhol sostiene e promuove, e opere cardine degli sviluppi della Minimal Art, Land Art e dell’arte concettuale statunitense.

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