Sung Hee Cho tradizione coreana, colori e texture a Milano

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La Fondazione Mudima, in collaborazione con la Opera Gallery di Parigi, ospita a Milano, dal 11 aprile al 10 maggio, la prima mostra personale in Italia dell’artista coreana Sung Hee Cho, classe 1949.

Un’artista visionaria, che combina con successo la tradizione artigianale coreana, il cosiddetto hanji, carta fatta a mano ricavata dalle foglie macinate degli alberi di gelso e una sensibilità artistica unica attraverso la creazione di immagini visive e narrative straordinarie ottenute da una complessa relazione tra colori e texture.

Sung Hee Cho: azione e meditazione, impulso e ragione che si mescolano con la sensibilità orientale che deriva dal buddismo e dal taoismo

I dipinti dell’artista coreana Sung Hee Cho appaiono come una superficie monocromatica, un unico colore uniforme, come il rosso vivo o il grigio tenue o il bianco puro, richiamandosi alla tradizionale corrente artistica coreana conosciuta con il nome di “Monochrome Art Movement”, nata alla fine degli anni ’60 in Corea e durata fino agli anni ’80 e che vede fra i principali promotori gli artisti Lee Ufan (1936), Seo-bo Park (1931) e Young Woo Kwon (1926) che hanno combinato le filosofie asiatiche con la formazione occidentale per creare un’arte che esplora il colore, esamina la superficie, esprime la trama e le sfumature e contiene un’ampia varietà di emozioni, intenzioni e significati.

In realtà, nel costruire la superficie dei suoi dipinti, l’artista Sung Hee Cho usa un metodo di collage in cui ogni cerchio è tagliato a mano o delicatamente strappato, poi stratificato con pigmenti a olio e collocato uno sopra l’altro, su dei bastoncini anch’essi di carta, creando così un effetto tridimensionale dell’opera.

Molti suoi lavori contengono nel titolo il vocabolo “blossom” ossia fioritura, e se guardiamo le sue opere ci troviamo proprio di fronte a delle germinazioni di alberi, chiaro riferimento alla cultura tradizionale asiatica nel godere della bellezza della fioritura primaverile (Hanami), simbolo della fragilità, ma anche della rinascita e della bellezza dell’esistenza. Un’estetica fondata sulla reciprocità del rapporto dell’uomo con la natura, dove carica e forza emotiva, pulsione ed esplosione emozionale trovano un connubio con la misura, la proporzione, l’unicità o la ripetizione ascetica e disciplinata della riflessione, della concentrazione ponderata del pensiero.

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