Biennale di Venezia 2026: “untitled 2026 (a gathering of remarkable people)” al Padiglione Qatar

Copertina: Exterior view of untitled 2026 (a gathering of remarkable people ) at the 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Photo: Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio

Alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, il Padiglione Nazionale del Qatar non si limiterà a presentare una mostra nel senso tradizionale del termine. untitled 2026 (a gathering of remarkable people) nasce infatti come un’esperienza immersiva e collettiva che prova a ridefinire il concetto stesso di padiglione nazionale, trasformandolo in uno spazio vivo di incontro, scambio culturale e partecipazione. Commissionato da Sua Eccellenza Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani e curato da Tom Eccles e Ruba Katrib, il progetto riunisce artisti, musicisti, performer e chef provenienti dal mondo arabo in un’opera in continua evoluzione destinata ad animare i Giardini della Biennale per tutta la durata dell’esposizione.

Più che una semplice mostra, il progetto concepito dall’artista thailandese-argentino Rirkrit Tiravanija appare come una dichiarazione culturale e politica sul ruolo dell’arte contemporanea in un periodo segnato da tensioni globali, conflitti identitari e trasformazioni sociali profonde. La scelta del Qatar di presentarsi a Venezia attraverso un modello aperto, relazionale e multidisciplinare racconta infatti una precisa volontà di utilizzare la cultura come spazio di dialogo, ponendo al centro non soltanto le opere ma anche le relazioni umane, la memoria condivisa e le tradizioni collettive del mondo MENASA (Middle East, North Africa and South Asia).

Il Padiglione del Qatar ai Giardini della Biennale diventa un luogo di ospitalità culturale e partecipazione collettiva

L’elemento più interessante di a gathering of remarkable people è probabilmente il modo in cui il progetto rifiuta l’idea occidentale del padiglione come spazio statico dedicato esclusivamente all’esposizione. La struttura temporanea progettata da Rirkrit Tiravanija, caratterizzata dal colore marrone granata e da una reinterpretazione contemporanea della mashrabiya islamica, è stata pensata infatti come un ambiente aperto all’attivazione continua. Non un contenitore neutro di opere, ma un luogo attraversato da performance, incontri, suoni, cucina e rituali sociali che cambiano costantemente la percezione dello spazio.

Questa dimensione partecipativa riflette perfettamente la pratica artistica sviluppata da Tiravanija negli ultimi decenni, spesso legata all’idea di convivialità e interazione umana come forma d’arte. In questo caso, però, il concetto assume una valenza ancora più ampia, perché si intreccia con la tradizione qatariota dell’ospitalità e con la volontà di trasformare il futuro Padiglione permanente del Qatar in un simbolo culturale stabile all’interno dei Giardini della Biennale. Non è casuale che Sua Eccellenza Sheikha Al Mayassa abbia definito il progetto una celebrazione dell’apertura e della comune umanità in un’epoca dominata dalle divisioni.

Anche la scelta di includere programmi culinari, performance sonore e momenti di improvvisazione collettiva va letta in questa direzione. Il cibo, la musica e la parola diventano strumenti di connessione culturale tanto quanto le opere esposte, abbattendo le distanze tra spettatore e artista. In questo senso il padiglione si avvicina più all’idea di un centro culturale vivo che a quella di una mostra istituzionale tradizionale, segnando una delle proposte concettualmente più ambiziose della Biennale Arte 2026.

DAMAR TV e Jerrican raccontano identità, memoria e trasformazione nel mondo arabo contemporaneo

untitled 2026 (a gathering of remarkable people)
Copertina: Exterior view of untitled 2026 (a gathering of remarkable people ) at the 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Photo: Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio

Tra le opere centrali del progetto spicca DAMAR TV (2026), il nuovo film sperimentale dell’artista qataro-americana Sophia Al-Maria. Il lavoro segue la giornalista televisiva Damar Darwish dopo aver perso la voce in seguito a uno scontro verbale in diretta, trasformando progressivamente il racconto in una riflessione sul rapporto tra media, identità e rappresentazione. La perdita della voce diventa qui un simbolo potentissimo: non soltanto un trauma personale, ma anche la metafora di un mondo mediatico in cui la testimonianza rischia continuamente di trasformarsi in spettacolo.

Il film si inserisce perfettamente all’interno della poetica di Al-Maria, da anni interessata ai temi della memoria culturale, della tecnologia e della costruzione dell’immaginario nel Golfo. La presenza di musicisti e performer come Fatima Al Qadiri e Sarah Ourahmane amplia ulteriormente questa dimensione sensoriale, trasformando il suono in uno strumento di guarigione, trasformazione e possibilità futura. DAMAR TV sembra infatti interrogarsi su cosa significhi ritrovare una voce autentica in un’epoca dominata dalla sovraesposizione mediatica.

Accanto al film, la grande scultura Jerrican (2026) di Alia Farid lavora invece sulla memoria materiale del Golfo Arabico. Riproducendo in scala monumentale recipienti utilizzati per trasportare acqua, Farid trasforma un oggetto quotidiano in simbolo delle rotte commerciali, delle migrazioni e delle trasformazioni urbane che hanno attraversato il Medio Oriente contemporaneo. Le sue strutture leggere e cave evocano così non solo il tema della sopravvivenza, ma anche quello della fragilità culturale e della costruzione dell’identità collettiva in territori segnati da cambiamenti rapidissimi.

Musica, cucina e improvvisazione diventano il vero cuore politico del progetto del Qatar

Se le opere visive rappresentano l’anima teorica del progetto, sono probabilmente le performance musicali e il programma culinario a trasformare a gathering of remarkable people in qualcosa di realmente unico nel panorama della Biennale. L’artista libanese Tarek Atoui ha infatti costruito un calendario di attivazioni sonore che intreccia archivi musicali degli anni Sessanta, registrazioni sul campo effettuate lungo la costa del Qatar e improvvisazioni contemporanee. La musica diventa così uno strumento per attraversare il tempo e ricostruire connessioni culturali spesso dimenticate.

L’utilizzo dell’archivio di Paul Matar, storico sound recorder libanese che documentò le tradizioni musicali del Medio Oriente e del Golfo negli anni Sessanta e Settanta, introduce inoltre una riflessione molto interessante sulla memoria sonora e sulla conservazione culturale. Le reinterpretazioni elettroniche, hip-hop e sperimentali previste nel programma suggeriscono infatti un dialogo continuo tra passato e presente, evitando qualsiasi approccio nostalgico o folkloristico.

Parallelamente, il programma gastronomico ideato dallo chef palestinese Fadi Kattan amplia ulteriormente il discorso sull’identità culturale. I menù costruiti attorno a singoli ingredienti e le reinterpretazioni contemporanee di piatti tradizionali mostrano infatti come anche il cibo possa diventare archivio di migrazioni, commerci e contaminazioni culturali. Alla Biennale di Venezia 2026 il Qatar sembra dunque voler proporre qualcosa di diverso rispetto a una semplice rappresentazione nazionale: un ecosistema culturale aperto, fluido e partecipativo, in cui arte contemporanea, memoria e convivialità smettono di essere discipline separate e diventano parte di un’unica esperienza collettiva.

Redazione
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