Ratto di Proserpina: tutto quello che c’è da sapere sull’opera

Copertina: Gian Lorenzo Bernini, CC BY-SA 3.0 , via Wikimedia Commons

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Tra le sculture più famose di sempre rientra certamente l’opera realizzata negli anni venti del seicento da Gian Lorenzo Bernini e intitolata il Ratto di Proserpina. Visibile nella bellissima Galleria Borghese di Roma è realizzata con marmo di Carrara e alta circa tre metri, incluso il suo basamento. Ma di cosa narra il mito del Ratto di Proserpina? Ecco tutto quello che c’è da sapere sulla statua del Bernini.

Il ratto di Proserpina mito

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Prima di fare un’analisi dell’opera, vediamo però di capire bene il mito del Ratto di Proserpina.

Figlia della dea Cerere, Proserpina attirò o sguardo di Plutone, dio dei morti che si innamorò di lei mentre era intenta a raccogliere un mazzolin di fiori. Sapendo però che la sua proposta di matrimonio sarebbe stata rifiutata, decise di rapirla. Con l’aiuto di Giove salì sul suo carro e, nonostante le urla della giovane riuscì a rapirla. Durante il loro passaggio sul fiume Acheronte che divide il mondo dei vivi e quello dei morti la giovane riuscì però a lasciar cadere la sua cintura di fiori per far arrivare il messaggio alla sua cara mamma.

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Per giorni la dea Cerere cercò la figlia in lungo e in largo ma senza mai trovarla. Solo nove giorni e nove notti dopo si sedette stanca e disperata lungo la riva del fiume e vide la cintura di fiori della figlia. Da allora la dea non si curò più della terra lasciando cessare, di conseguenza la fertilità dei campi.

Vedendo la fame causare la morte di moltissime popolazioni, Giove cercò di avvisare Proserpina di non mangiare nulla: chi si cibava nel regno dei morti infatti non avrebbe più potuto tornare sulla terra. Il dio arrivò però troppo tardi e la fanciulla aveva appena mangiato sei chicchi di melograno. Mosso da compassione e preoccupato per la terra, Giove decise che avendo mangiato così poco la giovane poteva vivere sei mesi all’anno con Plutone mentre gli altri sei mesi poteva stare sulla terra con la madre.

Da allora, il giorno del ritorno di Proserpina sulla terra coincide con il primo giorno di Primavera mentre, il giorno di discesa nel mondo dei morti è il primo giorno di autunno.

ratto di proserpina
Gian Lorenzo Bernini, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Il ratto di Proserpina Bernini

Quando realizzò questo capolavoro Gian Lorenzo Bernini era poco più che ventenne. A commissionargli il lavoro fu il cardinale protettore Scipione Caffarelli-Borghese. L’opera che richiamava il mito pagano era pensata per la sua villa fuori Porta Pinciana. Pochi anni dopo però l’opera venne data in dono al cardinale Ludovico Ludovisi che la espose nella propria villa. Solo nel 1900 la statua del Ratto di Proserpina del Bernini viene acquistata dallo Stato e ritorna a Villa Borghese dove è ancora oggi visibile.

Il ratto di Proserpina statua

La statua del Ratto di Proserpina del Bernini narra il momento del rapimento della giovane dea per mano di Plutone. Un momento altamente espressivo grazie alle abili mani dello scultore che ha saputo ricreare le emozioni dei due soggetti tramite le espressioni del volto e la gestualità. Oltre ai due dei è raffigurato anche Cerbero, il guardiano a tre teste dell’Ade. Plutone invece è arricchito con i suoi attributi regali quali la corona e lo scettro. A rendere unica la scultura sono però i gesti. Se Proserpina cerca infatti di allontanare Plutone, il re degli inferi invece la trattiene affondando, letteralmente, le mani nelle sue cosce e sui suoi fianchi. Il marmo in questi punti infatti pare quasi malleabile e morbido grazie all’abile rappresentazione del Bernini; il marmo richiama dunque la morbidezza della stessa carne umana. Inoltre, grazie alla rappresentazione di più soggetti e del loro movimento, si crea un gioco di chiaro scuri che danno ancora di più un senso di movimento della scena.

Ratto di Proserpina dipinto

Come spesso accade nel mondo dell’arte la storia di un mito non viene quasi mai riprodotta solo una volta. E questo vale anche per il Ratto di Proserpina. A narrarlo fu anche il pittore Rembrandt Harmenszoon Van Rijn in un bellissimo dipinto del 1632 conservato oggi al Staatliche Museen di Berlino.

Anche in questo caso la scena rappresentata è quella del rapimento enfatizzata grazie a un gioco di luci e ombre che simboleggiano la separazione tra mondo dei vivi e mondo dei morti.

Sebbene il movimento e il dinamismo delle due figure che cercano di allontanarsi e allo stesso di avvicinarsi sia spinto ai limiti della stabilità, la lettura principale dell’opera è quella frontale dove si possono ammirare i volti dei due soggetti e i dettagli. Ma in realtà, essendo una statua, è possibile leggere la storia da tutte le visuali scoprendo tanti nuovi dettagli. Una delle caratteristiche dell’arte del Bernini è infatti quella di rifinire perfettamente ogni singolo dettaglio.

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